Spesso ci piace raccontare che serva un’arte per saper ascoltare. Allora perché a volte vogliamo improvvisare o darne per scontate le caratteristiche?
Compiamo questo sbaglio, soprattutto se chi vogliamo ascoltare è un adolescente.
Prima di dare risposta, occorre interrogarci sulla società in cui genitori, educatori, istituzioni e gli stessi ragazzi sono inseriti.
Cosa ostacola una sincera comprensione del mondo dei ragazzi? In che modo l’insicurezza dei genitori moderni condiziona l’approccio educativo?
I genitori d’oggi dedicano sicuramente più tempo rispetto alle generazioni precedenti all’ascolto dei figli, ma di che ascolto parliamo? Siamo davvero in grado di accettare e accogliere quello che i ragazzi hanno da dire?
In questo presente c’è la tendenza al dialogo orientato ad insegnare ai ragazzi quello che dovrebbero sentire e dire; viviamo nella società del post-narcisismo dove si vuole adultizzare l’infanzia e infantillizzare l’adolescenza.
C’è una tendenza ad agevolare i bambini a socializzare, a preconizzare la loro autonomia, a emanciparli il prima possibile per poi fermare tutto quando i ragazzi diventano adolescenti: in quel momento vogliamo recuperare la nostra autorevolezza con regole e obblighi, dando colpa ai social dei problemi dei nostri figli.
Possiamo fermarci a questo? Riusciamo realmente a vedere oltre?
Esiste un luogo comune sbagliato che pensa all’adolescenza come un’età dell’onnipotenza, in realtà è il momento in cui i ragazzi si sentono più fragili, finiti, delusi, non si sentono mai sufficientemente belli o popolari.
Da qui il rifugio sugli smartphone, dove possono allacciare relazioni per loro importanti e “curare” il loro senso di inadeguatezza, cercando la popolarità a qualsiasi prezzo.
Non ha senso proporre modelli educativi fondati sulla privazione, fare il detox da internet se poi andranno a recuperare il tempo “perso” appena ne avranno l’occasione.
I nostri figli non ci parlano perché ci temono come al tempo del padre autoritario, in realtà non ci parlano perché hanno paura di ferirci, infatti, l’adulto d’oggi è troppo concentrato su sé stesso e troppo disinteressato all’altro, a cui chiede di essere assecondato rispetto alle proprie fragilità. I ragazzi crescono rischiando di sentirsi soli all’interno di queste dinamiche.
È importante non temere di avvicinarci a loro, anche con domande disturbanti. Vero è che non esistono domande che possano garantire che un figlio inizi a parlare apertamente, ma possiamo creare le condizioni affinché i ragazzi possano sentirsi liberi di esprimere la tristezza, il senso di fallimento, la rabbia.
Dobbiamo interrogarci su quanto noi siamo in grado di intercettare il loro stato d’animo e di andare verso lo stesso senza che questo ci ferisca.
Nel dialogo con i ragazzi evitiamo di mentire sulle cose che sappiamo di loro, non diventiamo investigatori privati delle loro vite e delle loro relazioni (non è di questo che hanno bisogno).
Elaborati questi aspetti l’arte di ascoltare i ragazzi non sarà più tale, ma diventerà capacità degli adulti di sintonizzarsi emotivamente con loro.


